La Sedia della Felicità diverte e incanta

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1Lei è Bruna, un’estetista tradita dall’amore e un po’ sfigata in genere. Lui è Dino, un tatuatore sognatore disincantato e alla prese con un divorzio. Tutti e due hanno vita difficile nel nordest della crisi dove i soldi –sempre meno- vanno a finire sempre nelle stesse tasche, mai di chi ne ha bisogno, come ad esempio per i bambini poveri dell’ambiguo Wiener, grande e grosso prete schiavo del gioco. Il caso li riunisce nella improbabile caccia al tesoro nascosto in una fantomatica sedia di pessimo gusto, surrealmente sballottati tra cinghiali e orsi. Ed è la Sedia della Felicità l’ultimo film di Carlo Mazzacurati, scomparso il 28 gennaio scorso. Il regista, coautore della sceneggiatura, ha adattato e fatto suo il soggetto di un racconto russo scritto alla fine degli anni ’20, La Regina delle Nevi, fiaba di incredibile successo, tuttora raccontata ai bambini, sebbene densa di umorismo dal sorriso amaro. Il soggetto del film mi rammenta un detto popolare –credo cremonese- riportato da Alberto Bevilacqua in Questa Specie d’Amore del 1972, tratto dal suo omonimo romanzo, quando Ugo Tognazzi ammonisce il figlio dicendogli che ‘se nasci disgraziato, ti piove sul culo anche quando sei seduto’. Nel Veneto di Mazzacurati non piove, ma i suoi perdenti combattono ogni giorno con la sfiga tra gli effetti di quel provincialismo che il regista tratteggia divertito, lui stesso padovano di nascita. La Sedia della Felicità è una commedia che diverte e riappacifica lo spettatore con il genere nostrano più bistrattato e svenduto, spesso reso volgare, rozzo senza costrutto alcuno. La mano di Mazzacurati invece è ferma e va pure oltre i precedenti suoi film come Marrakech Express (1989), Il Toro (1994), Vesna va veloce (1996), La Lingua del Santo (1999), La Passione (2010), per citarne alcuni.2

Ne La Sedia della Felicità il regista arriva a sublimare la sua visione amara della vita in un sorriso e in un lieto fine denso di una tenerezza nuova. Molto del merito di Mazzacurati va anche alla scelta degli intepreti, su tutti Valerio Mastandrea, con il suo ineffabile romano disincanto, senza dimenticare Giuseppe Battiston con tanto di sigaro in bocca e sottana da prete, e Isabella Ragonese nei panni dell’estetista pasticciona. Nel film sono impegnati in riusciti camei alcuni comici della fortunata vetrina di Zelig, tra i quali Marco Marzocca, Natalino Balasso, Raul Cremona, per non dire delle apparizioni di Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Milena Vukotic, Silvio Orlando, Katia Ricciarelli. Quasi a formare un coro di saluto a un bravo cineasta che mancherà molto al nostro cinema.

Dario Arpaio


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