‘No. I giorni dell’arcobaleno’, di Pablo Larraín

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Tratto dalla pièce teatrale El Plebiscito, scritta da Antonio Skármeta nel 1989, No. I giorni dell’arcobaleno è il quarto film del regista cileno Pablo Larraín, già ampiamente noto al pubblico internazionale per il successo ottenuto con il pluripremiato Tony Manero (2008) e poi con il successivo Post Mortem (2010).

Figlio di politici conservatori – il padre è stato presidente dell’Unione Democratica Indipendente, la madre ministro nel governo Piñera – nonché acuto osservatore delle vicende politiche del suo Paese, Larraín con No torna ancora una volta sulla bruciante storia recente del Cile per raccontare i giorni precedenti il Referendum del 1989, indetto dal regime di Pinochet a seguito di ripetute pressioni internazionali con il fine di ottenere una legittimazione del potere assunto mediante il golpe di quindici anni prima, in cui era morto il presidente Allende.

Avvalendosi di alcuni dei suoi attori-feticcio, da Antonia Zegers a Alfredo Castro (già Tony Manero), ma anche di un volto noto come quello di Gael García Bernal, attore messicano più che familiare alla ribalta internazionale per le sue collaborazioni con registi del calibro di Michel Gondry e Alejandro Gonzáles Iñárritu, Larraín racconta senza retorica l’impresa che significò la vittoria degli oppositori del regime ricostruendo le vicende della campagna referendaria che essi affidarono al giovane René Saavedra (Bernal), talentuoso copywriter formatosi negli Stati Uniti, la cui intuizione vincente fu fondare il messaggio dei sostenitori del “No” non tanto sul ricordo delle ingiustizie e delle atrocità perpetrate dal regime, quanto sul desiderio diffuso (e taciuto) nella maggioranza dei cileni di lasciarsi alle spalle il clima di paura generato da una congiuntura storica segnata dalla violenza. Di qui l’inusitato accostamento di concetti come democrazia, ironia e allegria e la loro combinazione con le strategie comunicative proprie della pubblicità commerciale (da sempre attente a cogliere e interpretare le aspirazioni dei loro elettori/consumatori), in un quadro che ritrae Saavedra come uomo del suo tempo, piuttosto che eroe simbolo del cambiamento politico.

Accostando senza soluzione di continuità materiale di repertorio – gli spot di quindici minuti prodotti dalle parti politicamente avverse – e racconto cinematografico, qui realizzato con una macchina da presa di quegli anni, Larraín riesce nel tentativo di immergere totalmente il suo spettatore nel passato, restituendo, attraverso la parabola creativa di Saavedra, non soltanto i colori (cinematografici e televisivi), gli ambienti, gli ideali e il fermento politico di un Paese, ma più in generale anche il peso e il ruolo che in quel cambiamento ebbe una specifica cultura televisiva, quella occidentale degli anni Ottanta, con il suo carico di ottimismo e con la sua leggerezza, ormai penetrata diffusamente nelle case dei cileni e sideralmente lontana dallo stile serioso dei comunicati del regime, tra spot di telenovele e sogni americani di libertà e agiatezza.

La riflessione di Larraín allora, a distanza di qualche decennio dai fatti dell’89, non resta mai confinata nell’ambito della storia nazionale ed è invece l’occasione per una ricognizione storica sul complesso e antico rapporto tra politica e comunicazione, e poi sulla cultura del consumo e i suoi ideali di progresso, in buona parte smentiti e dismessi solo pochi anni dopo, con il nascere del nuovo millennio.

Antonietta Buonauro


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